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Il consumo regolare di frutta e verdura rende attivo il cervello anche da anziani




Fin da bambini ci veniva ripetuto continuamente di mangiare frutta e verdura, un refraininculcato da genitori, nonni e adulti in generale. Ma forse neanche coloro che ci istillavano queste continue pillole di saggezza si rendevano bene conto dell’importanza di ciò che asserivano, basandosi su esperienze empiriche non avvalorate al tempo da supporti scientifici. Oggi più che mai ad avvalorare l’assunto, più frutta, più benessere, ci pensa la scienza con uno studio dettagliato e durato nel tempo che afferma come il consumo regolare di frutta e verdura migliori le performance cognitive nel tempo di chi si alimenta in questo modo, rallentando significativamente il decadimento cognitivo negli anni.

Ciò che emerge dallo studio dimostrache consumare frutta e verdura regolarmentecrea le basi per un futuro, cognitivamente parlando, più favorevole anche da anziani potendo contare sui vantaggi derivanti dal consumo regolareavvenuto nei decenni. Si tratta di capire quali sono i vegetali che più di altri apportano benefici nel potenziamento cognitivo, cui occorre soffermarsi per meglio intendere cosa si vuole indicare.

Partendo dal presupposto che tutti, a meno di eventi negativi incorsi nel frattempo, invecchiamo, resta da stabilire come invecchiamo, ovvero, in che condizioni il nostro cervello si adatta alle diverse stagioni

della vita. E’ dimostrato infatti, che anche il cervello anziano continua ad essere plastico, ovvero, anche l’anziano può continuare ad apprendere e imparare beneficiando di quel che si indica comepotenziamento cognitivo. Quando ci riferiamo al potenziamento cognitivo non possiamo non riferirci al funzionamento cognitivo, ovvero a tutte quelle abilità del cervello rappresentate dalla memoria, dall’attenzione, dal ragionamento, dal linguaggio e da tutte quelle funzioni che consentono alla persona, anche anziana, di prendersi ancora cura di se, restando autonomo, vigile e, magari impegnandosi in attività anche mentali alla stregua di come faceva da giovane, sia pur con tutti i limiti dell’età. Con l’invecchiamento il declino mentale avviene gradualmente e, tornando alla ricerca, il consumo regolare di frutta e verdura iniziato da giovani fa si che si benefici anche da adulti e poi da anziani del ritardo di queldeclino fisiologico individuale e, perchè no, si creano le basi, insieme ai risultati della ricerca medica sempre più sofisticata, per partecipare all'allontanamento del rischio di ammalarsi di Morbo di Alzheimer.  Se genericamente parlando di consumo di frutta e verdura si ottengono sicuri benefici, si tratta di capire quali sono i prodotti ortofrutticoli che più di altri apportano beneficio alle performance cognitive nel lungo periodo. Secondo lo studio scientificofinanziato dal National Institutes of Health che si è appena concluso e che ha coinvolto una popolazione di 27.842 uomini di età media di 51 anni monitorati per tutta la durata dello studio stesso che è iniziato nel lontano 1986, gli alimenti che più di altri apporterebbero beneficio maggiore sono i vegetali a foglia verde, quelli ricchi di carotenoidi, i frutti di bosco e il succo d’arancia, quest’ultimo raggiunge i massimi benefici se consumato giornalmente, così come si sarebbe evidenziato che nell’età compresa fra i 18 e i 22 anni, il maggior consumo nella dieta di vegetali, migliora le performance mentali anche a tarda età. 

Pur con i limiti di uno studio scientifico settorializzato ad una sola popolazione di iscritti con caratteristiche comuni, maschi tutti più o meno della stessa età e tutti scelti fra professionisti, tale lavoro scientifico risulta

ugualmente valido perché volto a dimostrare che ancora una volta una dieta sana costituisce un valido apporto sulla funzione cognitiva, anche se i ricercatori tendono a sottolineare che occorreranno altri studi nel lungo periodo per conclamare quanto oggi sembra un fatto assodato, ovvero, che frutta e verdura garantiscono nel tempo una performance cognitiva ottimale anche nelle persone non più giovani.

Bibliografia e riferimenti
Yuan C, Fondell E, et al. Long-term intake of vegetables and fruits and subjective cognitive function in US men. Neurology 2019.




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2019-01-18T03:37:00.002-08:00

Morbo di Alzheimer: nuova molecola apre la strada a nuove cure




La ricerca volta ad una cura definitiva contro il Morbo di Alzheimer è in fase avanzata e galoppante. Da qui a ritenere che siamo vicini ad una soluzione definitiva sarebbe azzardato e poco serio. C’è però da segnalare un intervento del tutto inedito volto, se non a guarire dalla malattia, almeno a ritardarne l’esordio sopratutto rallentandone i sintomi. Lo studio è italiano e stride non poco con la decisione della Casa farmaceutica Pfizer di abbandonare ogni tipo di ricerca medico scientifica contro il Morbo di Alzheimer. Ma lo sconforto che aveva sortito tale decisione da parte del colosso farmaceutico Pfizer non deve assolutamente far ritenere che non si investa e non si studi contro questa subdola e insidiosa malattia dei nostri giorni.


Intanto occorre sottolineare un fatto importante. Se oggi la popolazione malata di Morbo di  Alzheimer è aumentata, ciò non dovrà leggersi come il segno di una sorta di pandemia da Alzheimer. Il motivo dell’aumento dei pazienti è dato da due fattori importanti. Il primo, i nuovisistemi diagnostici cui non si disponeva appena 25 anni fa, al punto

che tanti casi che oggi si riferiscono al Morbo di Alzheimer allora venivano classificati come demenza senile. Ma con questa malattia facciamo ancor di più i conti in quanto è aumentata sensibilmente la durata di vita e le aspettativa di vita della popolazione rispetto, ad esempio, a mezzo secolo fa. Ciò significa che chi allora era potenzialmente a rischio di ammalarsi, aveva scarse possibilità di andare incontro all’Alzheimer, per la semplice ragione che non viveva tanto a lungo da vedere esordire la malattia. E in una popolazione destinata ad invecchiare e morire sempre più tardi, ben vengano tutte quelle cure che un giorno giungeranno ad affrancarci da questa temibile e tristissima condizione patologica.

Tornando alla ricerca scientifica
"Sulla malattia di Alzheimer la ricerca sta facendo grandi progressi e in questo senso il controllo della neuroinfiammazione costituisce la punta di diamante, un filone di grandissimo interesse che e a breve darà importanti risultati - spiega Carlo Caltagirone, professore di neurologia all'Università di Roma Tor Vergata e direttore scientifico della Fondazione Santa Lucia - Alcune molecole che agiscono come mediatori nei sistemi endocannabinoidi, come la

(palmitoiletanolamide coultramicronizzata con luteolina), si stanno rivelando promettenti nella riduzione dell'infiammazione e del contemporaneo controllo dello stress ossidativo localizzato e quindi nel ritardo dell'avanzamento della malattia".

Quindi un nuovo tassello che va ad inserirsi fra quelli già in essere da parte della Comunità scientifica e siamo portati a ritenere che la cura definitiva dell’Alzheimer è solo questione di tempo e ci sono molte aziende attive nella ricerca in neuroscienze, esistono tante case farmaceutiche che stanno lavorando, oltre a molti programmi finanziati da Comunità europea, Miur e ministero della Salute, insomma Istituti di Ricerca, Case Farmaceutiche che non ci faranno strappare le vesti, solo perché Pfizer ha detto “basta ricerca contro l’Alzheimer”!


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2019-01-17T10:30:00.003-08:00

Bambini italiani sempre più pantofolai: uno studio ci mostra come i piccoli amino la sedentarietà



Cambiano i tempi, così chi immagina bambini correre per i parchi desiderosi di una giornata di sole per dare sfogo alla loro voglia di scatenarsi in giochi all’aria aperto, in corse per i prati e quant’altro comune ai bambini in età scolare dovrà abituarsi sempre di più a vedere sempre più pargoli davanti ad uno schermo, che sia tv, pc, smartphone poco importa, quel che veramente importa che la vita sedentaria pare iniziare molto prima nei bambini della nostra epoca.




Si è infatti assistito, non senza interrogarsi su questo fatto da parte degli adulti, che l’attività fisica della generazione dei piccoli di oggi, è diminuita sensibilmente rispetto alle generazioni passate, ciò che invece è aumentata è la sedentarietà che si riscontra persino alle scuole elementari. Risultato, superata la soglia degli undici anni di età si assiste ad un crollo verticale dell’attività fisica e il ragazzino che fino a quell’età aveva un’attività vigorosa ma che cominciava già a spegnersi intorno agli otto anni di età, diventa un pelandrone alla stregua quasi di un pensionato! Eppure, se non vogliamo ritrovarci un’intera generazione di pantofolai, con tutto ciò che ne consegue, anche in termini di salute, i correttivi dovrebbero attuarsi proprio nell’età scolare da parte degli adulti, cosa che per la verità i genitori non fanno granchè.

A giungere a questa preoccupante evidenza, un gruppo di ricercatori del Childhood Obesity Project (uno studio che aveva confrontato latte in formula e allattamento al seno in termini di rischio di obesità infantile) in
5 paesi europei, inclusa l’Italia. che hanno chiesto l’intervento di 600 bambini.
Per studiare l’ eventuale sedentarietà dei partecipanti e la loro scarsa propensione verso l’attività fisica, si è usato un accelerometro indossato per 3 giorni consecutivi, a 6, 8 e 11 anni, rilevando l’attività fisica dei partecipanti e distinguendo fra quella leggera, pesante e media o l’assoluta sedentarietà nei ragazzi. Il risultato è che a soli undici anni i bambini fanno 75 minuti in meno di attività fisica giornaliera rispetto ai bambini di sei anni. Diminuisce l’attività fisica leggera parimenti a quella moderata-vigorosa e aumenta la sedentarietà con una media di 107 minuti al giorno. Per di più, i maschi sono più propensi delle femmine a impantofolarsi e, in
ultimo,
il gruppo di bambini presi in esame ha palesato un indice di massa grassa che aumentava all’aumentare degli anni. Poichè il gruppo di bambini presi in esame proveniva da diversi Paesi europei, Italia, Spagna, Germania, Polonia, curiosamente i più sedentari sarebbero i bambini italiani. Pur coi limiti di uno studio scientifico ristretto ad una popolazione di 600 appartenenti, si tratta di capire di chi è la responsabilità di questo trend negativo che constatiamo noi stessi tutti i giorni osservando i bambini e le loro sempre meno attività all’aperto?

Bibliografia e rifeimenti
Schwarzfischer P, Gruszfeld D, et al. Physical activity and sedentary behavior from 6 to 11 years. Pediatrics. 2019;143(1):e20180994.



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2019-01-17T02:40:00.001-08:00

Di cosa si muore? di infarto sopratutto, un video ci aiuta a capire i segnali più pericolosi




Sbagliato pensare che nel mondo occidentale si muoia prevalentemente a causa del cancro e successivamente a seguito di malattie cardiovascolari. Il cuore, nelle cause di morte al mondo, è al primo posto, seguito dal cancro e da eventi cerebrovascolari, come l’ictus al terzo posto. Una triste classifica ma che al contempo ci offre anche le linee guida per cercare di prevenire, quanto più possibile, quegli eventi cardiovascolari che fanno delle malattie ad essi connessi la prima

causa di morte al mondo, con il 44%, dati Istat, di tutte le morti, che nei fatti significa che su 100 mila abitanti i morti per eventi legati al cuore sono 148. Si muore quindi di infarto nel 28% delle morti in Italia, quindi il triste primato spetta anche all’Italia, a seguire troviamo le malattie neoplastiche e gli accidenti cerebrovascolari al terzo posto con una percentuale del 13%.

Se è vero che prevenire è meglio che curare, strappare la pole position al cuore in fatto di morte si potrebbe, a cominciare dal fatto di poter condurre una vita più regolata, senza eccessi, con una moderata attività fisica, stando lontano dal fumo, dall’alcol, seguendo una dieta sana. Ciò significa che ci sono cause che portano il cuore ad ammalarsi che possiamo modificare noi con stili di vita adeguati e cause immodificabili che non dipendono da noi ma dalla genetica, dalla familiarità e da altri fattori che non sono sotto il nostro controllo. Ad esempio, scegliere di fumare o smettere è una nostra scelta, così come indirettamente potrebbe essere una scelta nostra cercare di tenere normale la pressione arteriosa, per lo menoentro i 145/90, così come il tasso di colesterolo nel sangue entro i


200 mg., più direttamente dipende da noi cercare di stare più possibile all’interno di un peso ponderale ottimale. Anche tenere bassi i grassi nel sangue, partecipare alla formazione del colesterolo “buono”, sono fattori che, sia pure indirettamente, potrebbero dipendere da noi, perché possono di norma essere controllati con l'alimentazione, un'attività fisica costante e il ricorso ai farmaci, che aiutano sensibilmente.

Un interessante video ci indica come prevenire l'infarto


Quando parliamo di malattie cardiovascolari ricordiamo che la fascia di età più colpita è dai 60 ai 94 anni. Nel 2015, su 138.000 decessi riguardanti persone di età compresa tra gli 85 e gli 89 anni, 77.000 sono stati provocati da malattie del sistema circolatorio. Una cifra molto più alta del numero di morti per tumore, che sono stati nello stesso anno 25.000. Che gli anziani siano sempre di più ad essere colpiti da patologie cardiache è un fatto spiegabile con l’allungamento della vita media e con l’aspettativa di vita che ne consegue. Ciò vale anche per le donne maggiormente colpite da queste patologie dopo i 75 anni di età, in misura maggiore rispetto agli uomini, anche questo si spiega col fatto che il numero di donne è superiore a quello degli uomini. Occorrerebbe dire che le donne, coperte fino all’età fertile dall’ombrello ormonale una volta giunte in menopausa sono ancora poco abituate a svolgere controlli a livello cardiologico.

Ma quali sono i maggiori fattori di rischio? Nel 2017 il Ministero della Salute li ha indicati precisamente, puntando il dito sull’ipertensione e rilevando come sia in lieve diminuzione (nel quadriennio 1998-2002 era del 52% per gli uomini e 44% per le donne, nel periodo 2008-2012 è scesa rispettivamente al 51 e al 37%) non si può dire altrettanto per l'ipercolesterolemia, che è in aumento. Negli anni 1998-2002 ne erano colpiti il 21% degli uomini e il 25% delle donne, mentre nel 2002-2012 siamo arrivati rispettivamente al 34 e al 37%. Laprevenzione è migliorata nel corso del tempo, ma si potrebbe fare meglio, ci informa il ricercatore Roberto Volpe del Spp-Cnr. I dati dell'Istituto superiore della sanità riferiti al 2012 rivelano che raggiunge il 24% dei maschi e il 17% delle femmine. Ecco perché è bene che si continui a parlare di prevenzione cardiovascolare”.

Fonte:Giacomo Tirozzi e Michele Gulizia - Roberto Volpe, Servizio prevenzione e protezione del Cnr


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2019-01-16T07:02:00.002-08:00

Un fascio di luce per guarirci: nuovi farmaci che agiscono solo dove servono




Che la medicina, insieme al progresso tecnologico e scientifico, stia diventando qualcosa che somiglia sempre di più alla fantascienza è risaputo, come risaputo è il fatto che fruitori di queste conquiste in ambito terapeutico saremo noi e le prossime generazioni in un mondo sempre più affrancato dalla sofferenza fisica e psichica, in un mondo in cui la gestione della cura e del dolore non verrà risolto con un mix di farmaci in grado di agire su una pluralità di organi per poi raggiungere il bersaglio da curare, con tutti gli inconvenienti del caso, ma in grado di agire solo dove serve e quando serve. Un esempio per tutti, può partire anche da un semplice mal di denti. Prendendo una pillola, come si fa oggi, il farmaco migra per tutto il corpo prima di raggiungere l'obiettivo da curare. Domani la stessa pillola si attiverebbe solo sull'organo malato e si dissolverebbe finito il compito che si era prefisso, come se non fosse mai esistito.



Insommauna vera e propria rivoluzione questa, se pensiamo che molte volte per la cura di una malattia o di un semplice dolore sporadico, siamo costretti ad assumere farmaci che è vero che guariscono dalla patologia o risolvono la situazione dolorosa, ma per il solo fatto di migrare nell'organismo, interferiscono con altri organi causando quelli che si definiscono effetti collaterali, ovvero, reazioni avverse in organi che non sono interessati dalla malattia o dal dolore che vogliamo debellare. Lo dimostra il fatto che un sempliceanalgesico è capace di causare danni all'apparato digerente, solo per il fatto che il suo assorbimento comincia nella mucosa dello stomaco, fatto questo che ci costringe a prendere un altro farmaco che protegga lo stomaco. Così come un farmaco assunto per curare una malattia potrebbe determinare una sorta di rifiuto da parte di alcuni organi dell'organismo generando un'allergia, con tutte le conseguenzedel caso. Per non contare quando, davanti a diverse patologie, siamo costretti ad assumere diversi farmaci che spesso interferiscono fra di essi.

La soluzione, un farmaco che si attivi dove serve

La soluzione è quindi un farmaco che agisca solo dove serve e quando serve, passando indenne dagli altri organi e che una volta esaurita la sua funzione si dissolva come se fosse apparso dal nulla. Un obiettivo ambizioso, ma neanche tanto lontano dal concretizzarsi, come ci dimostra lo studio in avanzato stato condotto e sperimentato dal team di ricerca del laboratorio di Neurofarmacologia dell'Irccs Neuromed di Pozzilli (Is). La ricerca, dal titolo 'Optical control of pain in vivo with a photoactive mGlu5 receptor negative allosteric modulator', è stata condotta in collaborazione con i ricercatori dell'Università autonoma di Barcellona e dell'Institut National de la Santé et de la Recherche Médicale di Montpellier ed è stata pubblicata sulla rivista eLife. La ricerca è un'evoluzione di quella che si definisce optofarmacologia, un settore in cui si studiano farmaci capaci di agire con estrema precisione su una specifica regione del corpo, per ottenere una rapida azione analgesica.

“L'idea alla base del lavoro è stata fare in modo che il farmaco agisse unicamente dove serve, sia a livello dei nervi periferici, sia in una precisa area del sistema nervoso direttamente coinvolta nella trasmissione degli stimoli dolorosi”, afferma Serena Notartomaso, ricercatrice del laboratorio dell'Irccs Neuromed. “Una volta illuminata, la medicina diventa attiva in pochi millisecondi e agisce esattamente nel punto in cui viene proiettata la luce. Il farmaco è stato 'bloccato' all'interno di una struttura molecolare in grado di dissolversi quando viene esposta a una certa frequenza luminosa".

In sostanza il passaggio del farmaco determina un rilascio di energia fra un recettore ed un altro a livello del sistema nervoso centrale, tale energia viene captata dall'esterno da un apposito strumento che fa si che si attivi il rilascio della sostanza farmacologica

Una svolta anche per la cura dello stress, dell'ansia, della depressione

Sidiceva che un approccio terapeutico di questo tipo rappresenta una rivoluzione e tale è, se pure si considera che oltre ai vantaggi appena visti, la stessa metodica può utilizzarsi nella cura di quelle malattie o di quei sintomi la cui correzione affidata al farmaco tradizionale spesso non raggiunge lo scopo per il quale è stato studiato. Immaginiamo un'emozione che non siamo in grado di esprimere e che reprimiamo in noi stessi. Un'emozione, è scientificamente studiato, produce energia che se non liberata si accumula in noi determinando stress, ansia, fin'anche cause patologiche che tendono a cronicizzarsi interferendo negativamente su una pluralità di organi nel nostro corpo. L'uso dei farmaci tradizionali non è sempre in grado di agire reprimendo l'energia accumulata e repressa. Un modo sarebbe quello affidato alla optofarmacologia, una metodica che prima al mondo è stata sperimentata dal dott. Giancarlo Barbini che avvalendosi da tre diversi tipi di laser attiva e disattiva il farmaco laddove serve agendo su quelle condizioni patologiche di difficile approccio terapeutico come accade anche con le malattie psicosomatiche. Insomma una cura “cucita” addosso al paziente e sempre meno afflitta da fenomeni avversi, spesso anche gravi



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2019-01-16T03:40:00.001-08:00

Supplementi di Omega 3 e vitamina D: non aiutano a scongiurare il cancro e l'infarto




Ma come, ci hanno bombardato ad ogni piè sospinto sulla necessità, quasi imprescindibile di fare bisboccia di integratori di acidi grassi omega-3, aggiunti alla vitamina D. Ci hanno frastornato la mente ricordandoci il ruolo strategico di queste sostanze, da reperire non solo in natura, ad esempio nel pesce, ma ancor meglio sotto forma di preparati, abilmente commercializzati da apposite industrie al fine di contrastare in maniera efficacissima il cancro e le malattie cardiovascolari e ora che succede? Non è scientificamente vero tutto ciò? Assumere regolarmente tali sostanze non serve proprio a niente?


La risposta scientifica sembrerebbe essere unica, queste sostanze non servono a nulla. Parrebbeinfatti che aggiungere integratori alimentari a base di acidi grassi omega 3 e in alternativa o insieme alla vitamina D fa molto bene forse solo a chi li produce. A chi li consuma regolarmente non apporta alcun beneficio concreto nello scongiurare il cancro e ancor meno le malattie cardiovascolari. L’ avrebbe dimostrato un recentissimo studio scientifico, lo studio VITAL (The Vitamin D and Omega-3 Trial), pubblicato su The New England Journal of Medicine, effettuato su una popolazione di 25.871 soggetti di cui la metà rappresentati da uomini di età uguale o superiore ai 50 anni e l’altra metà rappresentata da donne di età uguale, prossima o superiore ai 55 anni. Alla popolazione di persone prese in esame sono state somministrate supplementi di vitamina D3 e acidi grassi omega 3incapsule contenenti 1g/dì di olio di pesce, di cui 840 mg di acidi grassi omega 3: 460 mg di acido eicosapentaenoico [EPA] e 380 mg of acido docosaesaenoico[DHA]).

Ebbene nel gruppo di uomini e donne presi in esame e che assumeva le sostanze come sopra rappresentate si sono avute le stesse casistiche di eventi cardiovascolari maggiori,quali infarto al miocardio, ictus, in certi casi anche fatali, così come si sono verificati tumori nei diversi organi a diffusione, localizzazione e mortalità alla stessa stregua di quanto avvenuto

col gruppo di studio che anzicchè assumere supplementi di omega 3 e vitamina d assumeva placebo. La conclusione, a detta dei ricercatori è importante, stante il largo consumo che si fa di questi prodotti al punto che a dire degli stessi ricercatori che hanno condotto lo studio medico-scientifico, non v’è alcuna evidenza scientifica che conferma l’utilità reale di tali sostanze.

Bibliografia e riferimenti:
Manson J, Cook N et al. Vitamin D Supplements and Prevention of Cancer and Cardiovascular Disease. New Engl J Med 2019; 380: 33-44.  DOI: 10.1056/NEJMoa1809944.
Manson J, Cook N et al. Marine n−3 Fatty Acids and Prevention of Cardiovascular Disease and Cancer. New Engl J Med 2019; 380: 23-32. DOI: 10.1056/NEJMoa1811403.


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2019-01-15T05:40:00.002-08:00

Scie chimiche: la fake news che resiste al tempo!




Da una parte forse la paura di essere sopraffatti da qualcosa di misterioso che proviene dall’alto, da una parte l’idea di dovercredere a tutti i costi a fonti che non sono convenzionali e per questo forse più suggestive, fatto sta che da più di vent’anni va avanti, nonostante le smentite, nonostante si sia ben capita la motivazione che sta alla base di questa legenda metropolitana, la sonora bufala delle scie chimiche(chemical trails). La cosa comica è che anche fra gli scranni della politica qualcuno con questa sonora idiozia ha partecipato a costruirsi un discreto successo politico e ha trovato in qualche boccalone un discreto seguito.


La tesi delle scie chimiche è nata nel 1997 a seguito ad interessi economici e personali di chi mise in piedi questa legenda. In quel periodo infatti un consulente impegnato nella ricerca contro gli attacchi terroristici, tale Richard Finke, non trovò di meglio da fare che sostenere, di propria iniziativa e senza alcuna base scientifica, che quelle scie bianche rilasciate dagli aerei in volo erano composte, secondo la sua strampalata teoria, da dibromuro di etilene, una sostanza, tanto tossica da risultare letale per intere popolazioni al punto da provocarne una strage se solo si fosse deciso di agire in tal senso. Poichè la notizia fu inviata a delle fonti giornalistiche che si occupavano di bioterrorismo, senza alcun criterio e senza verificare la notizia, le stesse fonti inviarono a diverse agenzie giornalistiche del mondo la bufala che in breve tempo circolò per tutto il pianeta.

Da quel momento molti iniziarono a dire che le scie lasciate dagli aerei erano composte da elementi chimici, oppure da virus immessi nell'atmosfera per avvelenare il nemico da parte di taluni eserciti, oppure per modificare il meteo a proprio vantaggio”, spiega Vincenzo Levizzani dell'Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima (Isac) del Consiglio nazionale delle ricerche. “In realtà le strisce che vediamo lasciate dagli aerei sono effetto di condensazione (condensation trails), si formano a circa 10mila metri di quota e sono costituite da vapore acqueo, particelle e gas di scarico emessi dai motori dei velivoli, che alle basse temperature presenti a quell'altezza (circa -70°) formano scie di cristalli di ghiaccio”.
Anche i tempi di permanenza di queste strisce bianche dipendono da fattori ambientali, più l’atmosfera è secca piùpresto si dissolveranno, se invece l’aria è contrassegnata da alti livelli di umidità le strisce restano più a lungo visibili, anche per diverse decine di minuti. Ovvio che dopo l’enorme frastuono costruito, fu facile per alcuni ritenere che dietro le scie chimiche si nascondevano chissà quali orridi complotti creandoil mito secondo il quale con quel sistema era possibile modificare il clima, impoverendo interi continenti o scatenando malattie o ancora provocando ad arte un urgano per devastare intere nazioni, ovviamente tutto questo con un solo aereo!

Eppure coloro che ancora credono a questa fandonia continuano a ritenere plausibile questa strampalata teoria che pare resistere anche perché sciaguratamente associata ad un fatto concreto che viene praticato, sia pure ancora sperimentalmente, per ben altri fini, sicuramente più nobili. Parliamo dell’inseminazione dell’atmosfera con elementi chimici (cloud seeding) per la modifica della capacità precipitativa delle nubi. Vengono ad esempio impiegate particelle di ioduro d'argento che, per quantità e modalità di utilizzo, non risultano pericolose per l'uomo. Grazie alla loro struttura cristallina, queste particelle fanno sì che il vapore si depositi e formi cristalli di ghiaccio”, aggiunge Levizzani,

che in seguito crescono per apporto di vapore acqueo e per collisione con goccioline e altri cristalli, diventando sufficientemente grandi da precipitare in forma di neve e poi pioggia. Non c'è nulla di segreto, è un'attività documentata in letteratura con cui paesi come Israele, Stati Uniti, Russia, Cuba e Svizzera hanno tentato di far piovere in zone particolarmente siccitose, con scarsi risultati. Sia chiaro che il 'cloud seeding' viene praticato su nubi già formate, non in un cielo terso, la scienza ancora non permette di formare nubi artificialmente”.
Da qui ad immaginare che rischiamo la catastrofe per delle strisce di condensazione di un aereo che vola sulle nostre teste ce ne passa, ma a molti conviene credere alle bufale, anche per il fatto che confutarle richiederebbe impegno, studio e applicazione, attività queste che costano ad alcuni tanta fatica.



Fonte: Articolo Emanuele Guerrini ricavato da Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima, Bologna, responsabile Vincenzo Levizzani



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2019-01-15T02:30:00.002-08:00

Possibile un legame tra depressione e malattie autoimmuni





Ma è possibile che chi è ammalato di depressione, oltre a doversi barcamenare con questa impegnativa patologia, debba anche correre il rischio di ammalarsi di malattie autoimmuni ed in particolare lupus eritematoso sistemico (LES), una delle più gravi malattie autoimmuni che oggi si conoscono? Se lo son chiesti gli studiosi, anche perché studi del passato avevano in qualche modo sollevato questa possibilità. Il risultato non è molto incoraggiante, pare infatti che esiste una correlazione fra la depressione e l’insorgere delle malattie autoimmuni.

Parlaredi certezza non è corretto, ma dai dubbi pare si possa essere passati ad una possibile correlazione che fa si che le malattie a sfondo psichiatrico, caratterizzate in primis dalla depressione nelle diverse forme di esordio, aprano la strada, in qualche modo alle malattie autoimmuni, come dimostrerebbe uno studio americano durato ben venti anni.

Chiamata in causa è la depressione, il male oscuro che nelle diverse forme segna pesantemente la vita di chi ne è affetto. E se pensiamo oltretutto che nei due sessi, è quello femminile quello ad esserne

maggiormente interessato, capiamo bene il motivo per cui si è preferito considerare l’eventuale correlazione fra la depressione nelle donne e le malattie autoimmuni. Il risultato è sicuramente interessante. Parrebbe infatti che le donne affette da depressione corrano un rischio sensibilmente più alto di ammalarsi di LES, ovvero di lupusceritematoso sistemico, rispetto alle persone che non manifestano segni di depressione. Lo studio è durato ben venti anni ed ha esaminato una popolazione cospicua di donne che avevano manifestato forme depressive nei diversi stadi di gravità della malattia. Nel corso dello stesso studio scientifico, si son voluti anche valutare eventuali fattori di rischio aggiunti che potessero riflettersi negativamente sulla malattia di base, ad esempio fumo di sigaretta, indice di massa corporea, uso di contraccettivi orali, uso di ormoni in menopausa o post-menopausa, alcol, esercizio o dieta. L’aver considerato tali fattori di rischio è servito per capire se tali fattori di rischio in donne depresse avessero un ruolo attivo nell’insorgere del LES, considerato che in certi pazienti che soffrono di depressione la possibilità di ricorrere volontariamente a condotte di vita non salutari non è del tutto escluso.

Interessanti i risultati emersi, pare infatti che su una popolazione rappresentata da circa 194.500 donne che si sono sottoposte allo studio scientifico e tutte affette da depressione, 145 sono quelle che sono andate incontro nel tempo a lupus. Quando si è comparato il dato rispetto ad una popolazione femminile sana e comunque non affetta da depressione, si è riscontrato che la possibilità che queste potessero andare incontro a malattie autoimmuni e lupus in particolare era sensibilmente più bassa. Se poi si osservava l’eventuale rischio aggiunto rappresentato da possibili fattori di rischio quali indice di massa corporea, fumo di sigaretta, contraccezione orale e terapia ormonale in post menopausa si è notato come anche i fattori di rischio possano avere un ruolo, sia pure contenuto, nel modificare in peggio la possibilità di andare incontro alle malattie autoimmuni. Quindi si è giunti alla conclusione importante che è quella di considerare la depressione un elemento importante nell’esordio delle malattie autoimmuni, in particolare lupus eritematoso sistemico (LES). Sarebbe pertanto auspicabile che quei pazienti che soffrono di depressione nelle forme ancora latenti si sottoponessero anche a controlli per la ricerca di eventuali elementi utili ad identificare la presenza o la predisposizione ad andare incontro ad eventuali malattie autoimmuni.


Bibliografia e riferimenti
Roberts AL, Kubzansky LD, et al. Association of Depression With Risk of Incident Systemic Lupus Erythematosus in Women Assessed Across 2 Decades. JAMA Psychiatry 2018. doi: 10.1001/jamapsychiatry.2018.2462



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2019-01-14T03:15:00.002-08:00

Epatite E: Il virus può annidarsi anche nelle nostre tavole


Quando si parla di epatite siamo soliti contrassegnare il tipo di 

infiammazione al fegato utilizzando cinque lettere dell’alfabeto, la A, la B, la C, la D, la E. Quest’ultima forma l’abbiamo spesso associata al consumo di frutti di mare allevati in condizioni igieniche precarie e privi di controlli sanitari adeguati, ma sopratutto siamo stati spesso indotti a credere che il pericolo di

ammalarsi fosse remoto in quanto il contagio avveniva in lontane località dove il consumo di acqua da bere poteva rappresentare in sé un problema, atteso che il virus alberga in acque inquinate. Per porre riparo a questo rischio, bastava ricorrere alla classica e sicura bottiglia di acqua minerale. Ma un recente studio dell’EFSA, l’Autorità Europea per la sicurezza alimentare, ha puntato i riflettori anche su certe abitudini alimentari che ci riguardano moto da vicino.

L'EFSA, ha pure puntato il dito sull’aumento significativo di casi di Epatite E negli ultimi dieci anni in Europa, con un picco di 21 mila nuovi casi in un solo decennio, l’Epatite E, non ha pari, in fatto di diffusione della malattia rispetto alle altre forme di infezione al fegato, vista la minore diffusione, ma ciò non toglie che rappresenta pur sempre un rischio, in certi casi elevato, si pensi alle donne in stato di gravidanza che corrono un rischio ancora maggiore di patire gli effetti nefasti del virus. I recenti studi ed osservazione sul grado della malattia da parte dell’Agenzia europea hanno fatto rilevare che il rischio di infettarsi col virus dell’Epatite E è elevato a seguito del consumo di carne di maiale, carne di cinghiale, fegato e frattaglie di questi animali, anche allevati ad uso domestico, mangiati crudi o scarsamente cotti.

Del resto, l’aumento così significativo di casi in Europa in un arco di tempo tutto sommato ristretto non poteva associarsi al solo consumo di acqua inquinata in zone del mondo degradate dove l’infezione è addirittura endemica. Qualcosa doveva incidere sulla malattia all’interno dell’Europa stessa, quindi oggi sappiamo che la principale fonte di trasmissione della malattia in Europa è il cibo ed in particolare, come detto, i maiali domestici compresi i

cinghiali che possono essere a loro volta portatori del virus, anche se il consumo di carne di cinghiale è di norma molto limitato. Ne deriva che queste carni, a parere dell’EFSA, andranno ben cotte per scongiurare la possibilità di non uccidere il virus presente ancora nelle carni e, quindi, evitando il consumo di carne poco cotta o addirittura cruda. Sull’epatite E, come fa rilevare Help Consumatori, si è concentrato ancheun recente rapporto del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie.Il documento evidenzia che l’incidenza del virus dell’epatite E, nell’area europea, è in costante aumento con 21.081 casi riportati negli ultimi dieci anni (dal 2005 al 2015); nello stesso periodo sono stati riportati 28 morti associati all’epatite E da cinque paesi. La maggior parte di chi contrae l’epatite E è asintomatica oppure presenta sintomi lievi ma in alcuni casi, soprattutto in coloro che presentano già danno epatico o nei pazienti immuno-depressi, può portare a insufficienza epatica, che può risultare fatale.




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2019-01-13T03:31:00.003-08:00

Addio alla pancetta: alle donne adesso fa schifo




C’era un tempo in cui si dice che le donne fossero attratte dall’uomo con la pancetta,
sarà che quella protuberanza evocasse nella donna un senso di protezione, non foss’altro per il fatto che, normalmente, l’uomo con la pancetta è quello che, almeno nell’immaginario collettivo, ha realizzato i propri traguardi e se li gode riducendo eventuali altri sforzi che magari potrebbero attentare al volume della pancetta. Insomma, c’era un tempo in cui le donne venivano attratte dalla pancetta maschile. Ma attenzione, così pare non essere più.



Una curiosa ricerca condotta da Renaissance Lab, che osserva gli orientamenti dei due sessi all’interno della medicina estetica,avrebbe concluso che più di una donna su due ha abbandonato la seduzione indotta dalla pancetta maschile a favore del più scolpito addome contrassegnato da muscolatura tonica e a vista e, probabilmente, al tatto.

Qual è il destino quindi per il sesso forte? Dire addio al bel piatto di lasagne da migliaia di calorie, rifiutare il dolce della casa per partito preso, mettersi insomma a dieta e, se tutto ciò ancora non bastasse e sicuramente non basterà, dedicarsi a lunghe ed estenuanti sedute in palestra.

Sembra facile, ma quando la pancetta ha già preso il sopravvento dal torace in giù, ben altro ci vuole che qualche corsetta al mattino,

qualche rinuncia a tavola e qualche attrezzo ginnico ad uso domestico, la strada per far sparire la pancetta e quell’accumulo scomodo di grasso dal ventre è tutta in salita e allora, perché non affidarsi alle sapienti mani della scienza con la sua tecnologia sempre più esasperata? Un esempio: la crioadipolisi che rimodella il corpo congelando gradatamente quel tessuto adiposo così abbondante da non poterlo più nascondere… Quindi da una parte congeliamo l’orribile grasso, dall’altro evitiamo che se ne formi dell’altro ed infine rimodelliamo, attraverso l’esercizio fisico, quello ancora presente. Insomma, un gioco da ragazzi! Se poi lo stuolo di donne che ci corre dietro affascinati dal nostro fare e dalla nostra cultura non si accontenta più soltanto del nostro sapere, ma cerca anche altro, a partire dai pettorali d’acciaio, a quanto pare lo pretenderebbe il 52% del campione di donne intervistate, così un’altra fetta importante del gentil sesso non disdegna anche dei glutei scultorei e delle spalle larghe e intagliate come fossero una statua michelangiolesca, non vi resta altro da fare, in aggiunta alle pratiche di cui sopra, che trascorrere parte della vostra vita in palestra continuando l’esercizio fisico anche a tavola, a partire dal “salto del pasto” o similari amenità.

Resta da chiedersi, ma perché le donne hanno così tristemente cambiato i propri gusti nei confronti dell’altro sesso richiedendo adesso al sesso forte, corpi così in parte artefatti? Semplice no? Addominali in vista sono segni evidente di virilità, sarà così, almeno per il 45% del campione di donne intervenute. Il 39% delle altre donne ritiene che se l’uomo ha un fisico allenato e così perfetto condurrà una vita sana ed equilibrata, sarà! E che dire del 35% del campione femminile che ritiene che un corpo scolpito ad arte è appannaggio di uomini che conducono vita sana, equilibrata, all’insegna della salute e quindi una buona strada da intraprendere insieme per vivere più a lungo e meglio, lontani mille miglia da una vita sedentaria e al riparo dai vizi? 

Sarà così, ogni epoca ha i suoi miti e i suoi modelli, adesso è questa l’era giusta per sfoderare bicipiti ipertrofici, spalle da combattimento e glutei scolpiti nel tempo. Ma un pensiero attraversa la mente, insidioso e cupo, quanto inquietante... Saranno questi i veri valori della vita? E se ognuno facesse come gli pare e risultasse attraente solo perché ha il coraggio di non seguire gusti e mode, aborrendo una volta per tutte quegli stereotipi che ci fanno tutti uguali e solo per questo, risultasse più originale, più vero e, quindi, più attraente degli altri?  




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2019-01-12T05:42:00.001-08:00