La crudele vita da ufficio ai tempi di Trump e la leggenda dei forestali senza foresta
Nell’estate del 2012, a dirigere il giornale per cui scrivevo arrivò una tizia cui stavo molto antipatica (strano, sono così amabile), e la prima cosa che fece fu interrompere il mio contratto di collaborazione. La premessa è per dire che, quando di lì a poco mi offrirono di scrivere un programma televisivo che si registrava a Roma, non potevo proprio permettermi di rifiutare.Mancavano poche settimane ai miei quarant’anni, tuttavia ero già avantissimo con l’ozio (dice Brunori che la pigrizia bisogna chiamarla così, e io sono troppo Oblomov per contraddirlo). Mancavano quasi otto anni alla pandemia, tuttavia ero già predisposta al telelavoro, come lo chiamavamo quando parlavamo italiano; al work from home, wfh, come lo chiamano gli anglofoni; allo smartworking, come lo si chiama nell’analfabetese tanto in voga in questo derelitto paese.
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