Wonderfuck

C’è una linea che collega una serie di autrici contemporanee, giovani, emancipate, autoironiche e a loro modo malinconiche: Sally Rooney, Dolly Alderton, Emma Jane Unsworth, Naoise Dolan. Tra di loro anche una tedesca, Katharina Volckmer. Si può imparare molto da Wonderfuck, il suo ultimo libro (con un titolo che non fa rimpiangere un’altra bella intuizione, Un cazzo ebreo, suo romanzo d’esordio): per esempio che per un francofono il cognome italiano Bevilacqua risulta “impronunciabile”. Oppure quale sia il rumore delle aspirazioni di un rappresentante di quella generazione di trentenni, anno più anno meno, che vive la vita adulta sentendo addosso il peso dell’epoca d’oro dei genitori, che ora chiede il conto alla prole innocente. Questo rumore è il “nulla”, il “silenzio delle sue stesse ambizioni”, quelle di Jimmy, un uomo disincantato che lavora in un call center di un’agenzia di viaggi, dalla sessualità dubbia, riflessivo, ma in modo tossico, nauseante.
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