Nell’isola del buon formaggio e poca acqua
La più lunga dell’arcipelago delle isole Canarie, con 98 chilometri di distanza da nord a sud, la seconda più estesa dopo Tenerife e la più vicina al continente africano, Fuerteventura, dal fascino vulcanico e dal clima sempre mite, nasconde un tesoro che affonda le radici in un tempo precedente agli ultimi decenni di turismo balneare (che ai 127.000 abitanti registrati nel 2024 aggiunge circa due milioni di visitatori ogni anno): con i suoi toni ocra e rossi custodisce l’antica cultura del Queso Majorero. Il suo nome deriva da quello anticamente dato all’isola: Maxorata.Non si potrebbe parlare di Queso Majorero senza parlare della cabra majorera, una razza caprina autoctona dalle dimensioni ridotte e dai colori del mantello variabili, riconosciuta come una delle più produttive per produzione di latte e introdotta dagli abitanti di Fuerteventura prima dell’arrivo dei conquistatori europei e perfettamente adattata alle zone aride dell’arcipelago canario, come Fuerteventura e Lanzarote, nonché alle aree montuose e umide, che sfrutta le risorse esistenti in modo che le piante endemiche – dipendenti dalle scarse precipitazioni – costituiscano la sua dieta, con un’integrazione di tracce di raccolto di pomodoro, mais, erba medica essiccata e granillo (fagioli, avena, polpa di barbabietola e olive).
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