Dipendente dell’ex Ilva deceduto l’Italia condannata per l’indagine flop

G.L. lavorava nell’acciaieria Ilva di Taranto. Dal 1980 al 2004 ha respirato amianto, benzene, idrocarburi e diossine, secondo quanto accertato da un perito medico. Nel 2010 è morto per un tumore polmonare. Sua moglie e suo figlio hanno denunciato per omicidio colposo, chiedendo che si facesse luce sull’origine professionale della malattia. Quattordici anni dopo, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia: l’indagine sulla sua morte non è stata efficace. Il diritto alla vita, garantito dall’articolo 2 della Convenzione, è stato violato.La sentenza è un colpo assestato a un sistema che preferisce non guardare. Il tribunale italiano ha archiviato il caso senza nemmeno provare a ricostruire con precisione le mansioni di G.L., perché la società datrice di lavoro — Fintecna, ex Ilva — non ha collaborato, non ha fornito i documenti richiesti, non ha chiarito nemmeno se i lavoratori fossero stati dotati di dispositivi di protezione individuale.
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