La rivoluzione del private label
Non è quella che si definirebbe una vasta collezione. Tre cappotti da uomo in materiali pregiati e cinque maglie unisex, come si diceva una volta che è anche il modo per dirlo adesso che nessuno usa più la definizione di agender perché il termine è passato di moda, se penso che pochi anni fa mi sono arrampicata sugli specchi per trovarvi una differenza a uso della Treccani mi viene male. Sono capi basici, ben disegnati, benissimo tagliati, in cashmere e altri filati pregiati, prodotti dalle aziende del gruppo Florence e consegnati finora a una trentina di boutique del network The Best Shops che, per dirla in sintesi, raggruppa la fascia altissima degli aderenti a Camera Buyer. Rappresentano l’esperimento, due stagioni di prova poi si vedrà, che Attila Kiss, amministratore delegato della piattaforma di manifattura fondata da quel genio assoluto di Francesco Trapani, perseguiva da un paio di anni per saggiare la tenuta del sistema moda come lo abbiamo conosciuto negli ultimi quarant’anni e incunearvisi con un modello molto simile a quello che mezzo secolo fa rivoluzionò l’offerta di massa dei supermercati, e ci è riuscito.
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