Una faccia viziosa e vecchia ma gli occhi verde chiaro sono sgomenti e innocenti

Quando William Burroughs arrivò a Città del Messico all’inizio degli anni 50, trovò un paese “sinistro, tetro e caotico, quel particolare caos che c’è nei sogni”. Lo scrittore statunitense ispiratore della Beat Generation lo definì così al suo amico Kerouac. Era lì con la sua seconda moglie Joan (che poi ferì a morte con un colpo di pistola alla tempia), la figlia di lei e il figlio avuto insieme. “Città del Messico non è per niente una città realista”, aggiunse, e il Cuba – il bar che erano soliti frequentare – “sembrava la scenografia di un balletto surrealista”, un posto dove c’era “qualcosa di surreale, ambiguo e inquietante”. Un po’ come il suo stato d’animo che riverserà poi nel suo secondo romanzo (esordì con Junky), Queer, scritto nel 1952 e pubblicato solo nel 1985, da noi da Adelphi nella traduzione di Katia Bagnoli.
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